Il 2016 è stato un anno di passaggio per i rivenditori nazionali di preziosi alle prese con il calo dei turisti cinesi. Ma, a sorpresa, gli italiani fanno la differenza.

Articolo pubblicato il 4 Aprile 2017
In www.pambianconews.com
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Non è la Cina a salvare le sorti del mercato della gioielleria e dell’orologeria di alta gamma lungo lo Stivale, nonostante la clientela con gli occhi a mandorla resti tra le più importanti perché alto-spendente. E non lo è neppure il Middle East o gli Stati Uniti. Sorpresa: le vendite di hard luxury in Italia tutto sommato tengono nel 2016 grazie agli italiani. Che, dopo il mattone, riscoprono il settore dei preziosi come un bene rifugio e un investimento di lungo periodo. E, perché no, anche fonte di piacere. Entrare nel mondo delle complicazioni dei segnatempo e uscire dalla boutique con un modello di un marchio blasonato è un’esperienza che non tutti possono vivere, ed è soprattutto una manifestazione della passione per l’alta manifattura in tutti i suoi termini. Così, sebbene il 2016 sia stato archiviato come un anno di “transizione” per il settore dei preziosi in Italia, le premesse per un 2017 in positivo ci sono tutte. Perché oltre alla crescita del consumo italiano, questo si prospetta come un anno chiave per il ritorno dei cinesi, la ripresa, seppure leggera, dei russi e la crescita della clientela nordamericana e del Medio Oriente.

LANCETTE DA INVESTIMENTO

Meno quantità, ma più qualità. Sembra essere stato questo il mantra degli acquisti di preziosi in Italia. “Nella gestione della crisi dello scorso anno – ha spiegato Francesco Hausmann, amministratore insieme a Benedetto Mauro del Gruppo Hausmann, uno dei rivenditori di punta della capitale – Rolex e Patek Philippe hanno subito compreso il nodo della questione: l’eccesso di produzione dovuto al calo della richiesta da parte di alcune nazionalità chiave come quella cinese. Per il lusso, una situazione di questo tipo è devastante. A cascata, poi, dai grandi gruppi, il problema va a ricadere sui rivenditori. Questi due gruppi hanno reagito subito agendo sulla produzione e sulla distribuzione, e questo è il motivo per cui anche la nostra realtà non ha risentito particolarmente del calo delle vendite che, bisogna dirlo, c’è stato in generale. In altri casi, c’è stata una maggior tendenza, durante lo scorso anno, all’uso della scontistica per gestire le giacenze di magazzino”. Il calo internazionale della domanda cinese ha toccato anche in parte il settore dei rivenditori italiani di gioielli e orologi. Per Giorgio Damiani, vice presidente del gruppo Damiani e AD di Rocca 1794, storica insegna multibrand di gioielleria e orologeria che conta 14 punti vendita, “alcuni nostri negozi che tradizionalmente lavorano di più con il turismo internazionale hanno risentito del calo dei clienti high spending provenienti da Cina, Russia ed ex Repubbliche sovietiche. A Milano, per esempio, l’andamento è emerso di più rispetto ad altre città di provincia anche se negli ultimi mesi c’è stato un parziale risveglio”. “I cinesi sono totalmente mancati all’appello quest’anno – ha confermato Serena Pozzolini Gobbi della storica boutique milanese Gobbi 1842 -. Certo, c’è da dire che il 2015 è stato un anno record in termini di vendite per diversi fattori tra cui Expo. Il 2016 si è aperto sottotono, eguagliando il 2014, ma a cavallo dell’estate c’è stata un’inversione di tendenza che dovrebbe proseguire anche nel 2017”. Traino di questa previsione ottimistica si conferma il mercato interno che, come ha precisato Umberto Verga di Verga Orologerie, “è tornato a crescere da uno o due anni. Nel nostro caso assorbe più della metà delle vendite”. Ma in fieri c’è anche la ripresa del mercato estero. “Abbiamo assistito ad una crescita della clientela asiatica e il riaffacciarsi di quella russa, soprattutto tra l’ultimo trimestre del 2016 e l’inizio del 2017”, ha anticipato Chiara Pisa, terza generazione della famiglia Pisa e direttore generale dell’insegna di preziosi del Quadrilatero milanese che si appresta a inaugurare nel corso dell’anno la nuova boutique Patek Philippe e sta per rinnovare la boutique Rolex con un laboratorio rinnovato. Gli italiani tornano a rappresentare un ruolo di importanza cruciale per le gioiellerie di lusso lungo lo Stivale. La parola chiave è investimento. O, meglio ancora, bene rifugio. “L’orologio, come altri beni di lusso, non è un investimento, sebbene alcune prodotti, in circostanze particolari, possano aumentare il loro valore nel tempo. Più in generale, – ha aggiunto Pisa – possiamo affermare che l’orologio di alta gamma è in grado di mantenere un certo valore nel tempo più di altre categorie di prodotto. Tuttavia, chi acquista un orologio deve farlo perché ama il prodotto, ne apprezza le caratteristiche tecniche e quelle di design, conosce la sua storia e la tradizione che rappresenta”. Discorso analogo per la gioielleria. “I preziosi rappresentano circa il 30-35% del nostro fatturato – ha raccontato Carlo Bartorelli alla guida dell’omonimo gruppo che conta insegne a Cortina, Forte dei Marmi, Milano Marittima, Pesaro e Riccione – e il mondo dei diamanti è in costante crescita come investimento”. La domanda è orientata verso i marchi più blasonati e sui prodotti classici. Per Hausmann, però, il problema in questo caso è di altra natura. “C’è stato un nuovo sciovinismo in Europa per una serie di dinamiche culturali e fiscali. Si continua ad acquistare gioielli, ma, per una questione di tracciabilità, si preferisce magari farlo altrove, in Paesi stranieri. In questo senso credo sia più dififcile e lungo il percorso per riconquistare la clientela italiana”. Tra i nodi della questione c’è il limite imposto alcuni anni fa sulla spesa in contanti (anche se poi è stato alzato da mille a tremila euro). “Il tetto dei tremila euro non ha certo agevolato l’elasticità delle transazioni – ha commentato Pisa – e sarebbe opportuna una normativa europea che uniformi la disciplina in tutti i Paesi membri”.