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Tudor

Identità, originalità, autenticità, legittimità, etica. Sono questi i cinque valori che sostengono i pilastri dell’alta orologeria. Principi che devono essere riassunti con grande concretezza all’interno dei pochi millimetri del segnatempo, ma che sono però necessariamente legati al costo che il pubblico sostiene per osservarli muoversi in armonia al proprio polso.

Per un marchio quindi presentare un ottimo rapporto qualità/prezzo risulta ancora una variabile imprescindibile in un’ottica di risultati ed investimenti. Una strategia ovviamente seguita da tutti i brand ma che per alcuni rappresenta addirittura l’incipit della propria origine. Stiamo parlando di Tudor, marchio registrato da Hans Wilsdorf nel 1926, con l’obbiettivo di realizzare un prodotto dal prezzo impareggiabile stretto per mano ad un’ottima affidabilità. Se quindi, agli inizi della sua nascita, Tudor è stato considerato il fratello minore di Rolex, col passare del tempo la marca è riuscita ad acquisire una fortissima autonomia segnando, anno dopo anno, una crescita della propria identità nell’universo dell’orologeria. La prima tappa viene raggiunta nel 1952 con il lancio del modello Tudor Oyster Prince di cui 26 modelli partecipano alla spedizione scientifica britannica in Groenlandia organizzata dalla Royal Navy.

A seguire due anni dopo nasce la famiglia Tudor Submariner che presenta così il primo orologio subacqueo del brand, scelto non solo dai professionisti sportivi ma anche dalla marina francese ed americana per una spiccata robustezza ed affidabilità. Più tardi, negli anni ‘70, Tudor si avventura nell’universo delle complicazioni più dinamiche, quelle cronografiche, che entrano nel patrimonio della marca in numerose edizioni accogliendo le evoluzioni stilistiche del periodo.

Protagonista delle avventure nei cieli insieme i paracadutisti della Us Air Force, compagno delle immersioni con i sommozzatori francesi, complice di emozionanti peripezie sui percorsi alpini, il marchio si è spinto non solo a rappresentare il coraggio dell’uomo contemporaneo, ma è riuscito a disegnare in maniera sempre più marcata e precisa la propria filosofia. Nasce così il claim “Born to dare” tributo a quello spirito visionario instillato agli inizi dal suo fondatore Hans Wilsdorf e che oggi, a distanza di oltre mezzo secolo, racconta l’essenza degli orologi Tudor. Non solo una questione di immagine e comunicazione, sapientemente promossa da un team di ambassador scelti ad hoc come rappresentativi di uno stile di vita avventuroso ed un approccio particolarmente audace (Lady Gaga e David Beckham per esempio), ma una chiara e concreta dichiarazione di indipendenza che ha dato i suoi frutti nel 2015. E’ stato allora che Tudor ha introdotto il primo movimento di Manifattura, sviluppato, prodotto ed assemblato in house,  consolidando così la sua posizione all’interno del mercato orologiero svizzero. Oggi tra le collezioni emblematiche più richieste dal pubblico sicuramente i modelli Black Bay riscuotono un ottimo successo, confermato l’anno scorso dalla vittoria al GPHG nella sezione “Petite Aiguille” (riservata ai segnatempo con un prezzo inferiore agli 8’000 franchi) del modello cronografico meccanico a carica automatica di manifattura (su base Breitling 01), certificato COSC e con una riserva di carica di circa 70 ore. Quest’anno, nell’edizione del Grand Prix d’Horlogerie de Genève 2018, in programma il 9 Novembre a Ginevra, vedremo se Tudor riuscirà nuovamente ad aggiudicarsi il premio della critica nella sezione “Challenge” nella quale partecipa con uno degli ultimi nati: la referenza Black Bay GMT con la bella complicazione del fuso orario multiplo.